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Gesù pazzo (exéste)

20 Apr

Marco, cioè Pietro, è l’unico evangelista che parla esplicitamente della ‘follia’ di Gesù. “Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poichè dicevano: “E’ fuori di sé” (élegon gàr òti exéste) (Mc 3, 21). Gli scribi, concordemente, dicevano: “Costui è posseduto da Belzebùl e scaccia i demòni per mezzo del pricipe dei demòni (ivi, 22). Essere fuori di sé equivale ad essere fuori di essere. L’essere infatti è dentro. Essere è habitatio nel recinto dell’habere. Esse è in-esse. Ma egli, Gesù, diceva “Come può satana scacciare satana? […] se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può resistere, ma sta per finire. […] In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno; sarà reo di colpa eterna”. Poiché dicevano: “E’ posseduto da uno spirito immondo”. Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, lo mandarono a chiamare. Tutto attorno era seduta la folla e gli dissero: “Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e i miei fratelli?” Girando lo sguardo su quelli che gli stavano seduti attorno, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre” (Mc 3, 25-35). Il versetto 21, relativo al giudizio di follia da parte dei parenti, viene solo da Marco; Giovanni lo mette in bocca ai giudei (Molti di essi dicevano: “Ha un demonio ed è fuori di sé, Gv 10, 20); il resto è sinottico (Mt 12, 24-32 e Lc 11, 15-23). Il peccato contro lo Spirito Santo è il giudizio di follia e viene ribadito nel passo di Matteo (5, 22), ove si dice: “Chi poi dice al fratello: stupido (racà), sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo (moré), sarà sottoposto al fuoco della Geenna”. Bisognerebbe interrogare gli alfieri della psichiatria per sapere che cosa ne pensano. Ma che significa ‘essere-fuori-di-sé’? Siccome l’essere è essere in sé, l’essere fuori di sé è il non essere, il nulla. Uscire dalla tana dell’essere, dimettere l’avere che produce l’essere, uscire dalla residenza, dalla mente (*men-), farsi amenti, questo è l’invito che risuona costantemente in ogni pagina del Vangelo e che i duri di orecchi e gli affetti da sclerocardìa non riescono a sentire. Non sono tutte le apparenze fuori di sé? Dove sta una rosa e innanzitutto dove sta il vento? Il vento è tutto sempre fuori di sé, cioè folle. La follia è la foglia al vento e folle è proprio colui che si perde nel vento, come le foglie e i fiori degli alberi. La parola “folle” deriva infatti dal latino follis, che significa ‘gonfio d’aria’. A sua volta follis deriva da un tema indoeuropeo *bhel-, con variazione in *blho- e *bhle-, da cui anche flare = ‘soffiare’, flamen = ‘spirito’, il greco pneuma = ‘spirito’, fluere = ‘scorrere’, fluctus = ‘onde del mare’, phyllon e folium = ‘foglia’, phallos, il tedesco Blatt e gli epiteti di Dioniso (Phlòios) e di Kore (Phlòia).

A. Conte – D. Nardecchia, Psicolisi. Pensieri sulla salute e sulla malattia, 2010 Interbooks – libri Ferri – L’Aquila (pagg. 180-181)

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Omaggio ad Arturo Conte

11 Mar

In una sala gremita e dominata dal Tau dei salvati di Francesco, santo ammirato da molti per la povertà e la semplicità che esige imitazione, ci si incontrava attorno alla figura dello psicologo aquilano Arturo Conte (1921-2009), uomo della Psicolisi, dello scioglimento, della liberazione della psiche. L’Omaggio ad Arturo Conte si è svolto il giorno 24 febbraio ultimo scorso col patrocinio della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’ateneo aquilano, in cui lo stesso insegnò, e promossa dal Centro Internazionale di Studi Celestiniani, istituzione animata dal francescano padre Quirino Salomone il quale ha definito l’intellettuale aquilano “un uomo non adulterato” e lo ha additato come esempio di limpidezza che sbugiarda il fariseismo, ricordando di quando il compianto chiese di invocare la misericordia su Nietzsche con una messa che scatenò forti polemiche nel capoluogo abruzzese e non solo, nonostante la solidarietà (postuma) di qualche vescovo. Conte viene dipinto come colui che “scoperchia” la terra dal cielo delle ermeneutiche che coprono a mo’ di nubi, l’uomo per cui la Resurrezione è “un vespero grave, un’alba sicura”.

Coordinati da p. Quirino Salomone, gli interventi partivano dal sogno di Domenico Nardecchia, che ha raccolto i pensieri di Arturo Conte nel libro “Psicolisi. Pensieri sulla salute e sulla malattia” delle edizioni InterBooks-L’Aquila i cui proventi delle vendite andranno alla Mensa Celestiniana, di dare voce a delle creature che non hanno voce, le spighe di grano: Mimmo, nello sfondo onirico, si ritrova con Arturo, suo maestro, su una mietitrebbia e anziché assistere alla desolazione delle stoppie e della mietitura, si volta e vede spighe verdi e rigogliose, quasi a significare che Arturo è un campo di grano ben seminato; il grano è spesse volte presente nel pensiero di Conte, ed è noto come le spighe di grano sono motivo di incomprensione tra i discepoli di Gesù che, come è scritto nel vangelo di Luca, le colgono in giorno di sabato e i farisei a cui Gesù rammenta la storia di Davide affamato che mangia i pani dell’offerta cui solo i sacerdoti potevano mangiare e per di più di shabbat. L’intervento continua sul tema del ricco stolto affetto da “sclerocardia” e speculatore=colui che osserva ma anche spia con sguardo durativo, vedendo nel grano solo guadagni e magazzini e sulla differenza “essenziale” di Gesù e i suoi discepoli dalla fame viva. L’allievo Nardecchia per anni ha operato in una comunità psicoterapeutica e ha narrato un aneddoto su un giovane schizofrenico che veniva accompagnato in un bar e una volta lì espresse col suo linguaggio “salvato” l’“essenza” dell’essere umano: “Non preoccuparsi di dove si dorme e dove si va”, non esitando a dire che egli era un rinato dallo Spirito. Il giovane era vero spigolatore, non ammassava nei granai.

Il preside di Lettere Giannino Di Tommaso nel suo intervento ricorda lo psicologo aquilano come uomo che redime la psicologia dai legacci del linguaggio-astrazione a cui è sottratta la vita. L’attenzione del professore di Filosofia morale è indirizzata primariamente al libro Psicolosi, in cui la rosa “profumata, bella, colorata, rossa”, “rimedia alla caducità di fiore che germogliando/appassisce, nasce/moriente.” Uccidendola predicamentandola, la rosa da viva che era, ora è morta. Che fare? Scegliere la via del silenzio, o vivere la contraddizione del limite cui Hegel (sarà forse l’aufheben?) avrebbe risposto integrando in una complessità i contrari che non si escludono? Aggiungendo che l’esasperato privilegio della contraddizione ha una fetta di verità, spuria in quanto incompleta, che esige, come nell’esistenza di Arturo Conte, il perseguimento fascinante e persuasivo di una direzione in cui si individua una sintesi affrancata dalla schiavitù della deduzione e liberata in squarci di paesaggi (intellettuali) dove si attua il salto qualitativo con disinvoltura.

Maria Baiocco dell’Istituto di Istruzione Superiore A. Di Savoia Duca d’Aosta notava in Arturo Conte una nostalgica e malinconica forza dialettica, una repulsione dell’inautenticità, una tacita ma eloquente dedizione al lavoro – “una fatica” – nell’ospedale psichiatrico aquilano, alla ricerca di una alternativa: l’autenticità. Luce sul suo pensiero la considerazione nicciana: l’uomo è come l’albero (altro tema caro ad Arturo Conte), più si erge, più affonda nella profondità della terra-che è dolore, compensato quest’ultimo da un entusiasmo fanciullesco; aveva “artigli d’aquila”.

Luciano Onori della Facoltà di Medicina dell’Università dell’Aquila comincia il suo intervento con un paradosso: Arturo odiava le commemorazioni. Per spiegarlo parte dal termine memoria che si lega a ricordo=ridare il cuore – ad Arturo – , in maniera individuale, in solitudine, in silenzio squarciando il buio della notte, il grigiore come lampo-gesto salvifico.

L’ultimo appassionato intervento è di Sandro Ciavarelli che lega la sua esperienza al lavoro di assistente del primario psicologo Conte rilevando come il suo collega avrebbe accolto l’Omaggio: “disapprovandolo; ora lui non c’è più e quindi possiamo commemorare”. Arturo non voleva essere un maestro, e umilmente si guardava dentro per responsabilizzarsi. Ciavarelli racconta un episodio: Conte venne chiamato dall’ateneo teatino per una serie di lezioni e presentandosi con la sua UAZ venne invitato da un bidello a parcheggiare fuori la zona dei posti riservati ai professori; per tutta risposta… girò i tacchi e se ne andò nel parcheggio a tutti accessibile. Ricorda ancora la dote dello psicologo aquilano di farti scoppiare dentro le contraddizioni, accostandolo alla figura di Eraclito.

Padre Quirino Salomone conclude augurandosi maggiori studio e comprensione dell’opera di Arturo Conte (soprattutto “Logica e follia”, che non si esita a definire capolavoro), studio e comprensione che abbisognano di allievi “autentici”.

Da “Psicolisi. Pensieri sulla salute e sulla malattia”

14 Nov

 “Cos’è e che cosa è stata fino ad oggi la psicologia? Chi scorre i trattati trova risposte plurime, spesso ingarbugliate e controverse: e mentre alcuni la escludono dal circuito della scienza, altri ne fanno la chiave d’accesso dell’enciclopedia culturale. Il ginepraio dipende dall’uso di parlare della psicologia (come del resto d’ogni altro tema culturale), senza udire le voci distinte e soffocate nella parola stessa. Si tratta di una psicologia contumace, e si sentenzia in assenza dell’imputato, delle prove e delle testimonianze. Per rompere questo circuito di filastrocche mettiamoci in ascolto e chiediamoci: “Che dice di sé la psicologia?“. Psicologia, che sembra una semplice parola fra le altre, racchiude in grembo un discorso lungo e complesso. Composta da psyché-lògos (Ψυχή-λόγος) designa l’atto di legare la psiche. La denotazione descrittiva viene integrata dalla connotazione dinamica. Psyché (Ψυχή) è il sostantivo del verbo psyco (Ψυχω), che significa ‘raffreddare, congelare, neutralizzare, paralizzare’. Il discorso implicito nella parola psicologia può essere svolto in metodo dell’imballaggio e congelamento del soffio vitale. Vista poi la parentela fra logica (λόγος) e letto (λέχος = giaciglio, covile) la psicologia si autodefinisce come metodo del letargo dello spirito. E’ plausibile pensare che da ciò derivi la propensione al sofà nelle sedute di psicanalisi. A conferma, c’è la nozione di psicologia clinica che indica la psicologia del letto (κλίνη).” (A. Conte – D. Nardecchia, Psicolisi. Pensieri sulla salute e sulla malattia, 2010 Interbooks – libri Ferri – L’Aquila, pensiero 165 a pagina 98, tiratura limitata)

Arturo Conte (1921-2009) professore emerito di Psicologia Generale e primario psicologo a L’Aquila con Domenico Nardecchia (L’Aquila 1967) insegnante di Materie Letterarie

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