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Cinema e Psichiatria

23 nov

Presso l’auditorium del Castello Orsini di Avezzano si è svolto oggi 22 novembre il quinto appuntamento con la rassegna cinematografica itinerante “Cinema e Psichiatria. Salute Mentale Cosa è, come si preserva, quando e perché si perde, che si concluderà il 7 dicembre nella Sala Civica di Tempera (AQ) con la proiezione di “Crimen”, film italiano del ’60 del regista Mario Camerini, coll’intervento del Dott. Valter Marola, medico psichiatra presso l’Ospedale S.Salvatore di Coppito, L’Aquila. La manifestazione è promossa dall’Istituto Cinematografico dell’Aquila, “La Lanterna Magica”, sotto il Patrocinio del MBAC, della Regione, della Provincia e del Comune dell’Aquila. Questa iniziativa, alla IX edizione – a causa del terremoto nel 2009 non si è tenuta – , è sostenuta dal contributo della CARISPAQ ed è organizzata dai Dipartimenti di Salute Mentale aquilano e avezzanese e naturalmente dall’Azienda Sanitaria Locale.
La proposta odierna prevedeva un film con alla regia un po’ acerba – la seconda prova alla direzione – la Streisand: “Il Principe delle maree”, una produzione americana del 1991. Dopo una veloce introduzione di Piercesare Stagni de “La Lanterna Magica”, che illustrava arte e artifizio del Cinema, la settima delle Belle Arti, predisponendo ad una visione più consapevole della pellicola, il Prof. Angelo Gallese, docente di psichiatria presso l’ateneo del capoluogo abruzzese, instancabile ed aperto ad ogni buona idea per la salute mentale e l’integrazione sociale sul territorio, togliendosi il camice e vestendosi di buon senso, richiamava l’attenzione sulla prevenzione, “dove non arrivano familiari ed amici c’è bisogno di un aiuto che non è una iattura, una punizione, uno stigma.”
Stigma, non solo un termine, ma una condizione, di coloro che soffrono nella mente e vengono segnati da un marchio infamante, resi soli dal pregiudizio. L’accento veniva posto sul fatto che questa serie di videoproiezioni non intendono essere per una cerchia ristretta di operatori psicosociali ma vuole essere affacciata al mondo… Come? Coinvolgendo studenti medi e universitari, appassionati cinefili, cittadini e semplici curiosi.
Il film, a dir la verità a tratti un po’ mellifluo, racconta la sciagurata vita familiare di Tom Wingo (Nick Nolte) che vive con i genitori, una sorella e un fratello in un paese di provincia nel Sud degli Stati Uniti – forzato il luogo comune della rozzezza sudista. Il film vive di flashback, drammi e “normalità”. La prima inquadratura è per le paludi del East-South, dove costanti e cicliche sono le maree, ancor più quelle fatte di flussi di coscienza e di ricordi del protagonista, supportata da una colonna sonora che non fa presagire la crudezza della storia, sospesa tra Spoon River e Huckleberry Finn. Savannah, sorella di Tom, adulta e immersa nel melting pot newyorchese, tenta il suicidio. Accorre Tom nella Grande Mela, il quale si cela dietro una vita senza troppi imprevisti, ex allenatore di football ed insegnante di lettere, con un matrimonio in “leggera” crisi con Sallie. L’incontro che significherà la traccia principale del film: Tom, il duro del Sud, che incontra la psichiatra che tiene in cura Savannah, Susan Lowenstein (Barbra Streisand) di origine ebraiche; Tom reclama il fatto di essere inondato di domande dalla psichiatra, Tom scherzando chiede morfina per riprendersi. Realistico ma non rassegnato il senso del discorso della psichiatra: io lavoro per tentativi rispondendo a Tom che non ripone alcuna speranza sulla sorella. Il bestiario dell’infanzia dei tre fratelli, inizia quando la madre di Tom partorisce prematuramente un piccolo morto e il padre ripone il corpicino nel freezer, trovato dalla piccola Savannah, che lo abbraccia sulla sedia a dondolo dicendogli: ‘sei fortunato perché non dovrai vivere con la nostra famiglia’. Il padre di Tom è sadico, violento, la convivialità diventa un incubo, la madre spera di diventare una parveneu, tradendo il marito con un notabile del paese, e appesantisce Tom con troppe aspettative.
Savannah scrive, e lo fa anche bene, poesie per la precisione, Tom è per lui memoria, distrutta lei dagli shock reattivi, che ahinoi non finiscono qui.
Tom si ambienta a New York, è ospitato da un amico gay suo e di Savannah, che lo distoglie dai pensieri organizzando feste colorate, freak, appariscenti. Incontrerà la Streisand, e galeotta fu una passeggiata dopo il party passando da una relazione formale ad una confidenzialità molto star and stripes, dialoghi pacati, sguardi, piccole complicità, ti amo? macché mi dice la testa. L’impeccabile donna in tailleur, medico psichiatra tutta d’un pezzo, diventa in un sol colpo semplicemente Susan, anch’essa con problemi, un figlio adolescente Bernard difficile e un marito snob ed odioso. La rigidità dei ruoli diminuisce, sempre se vi era stata e Tom diventa il personal coach di Bernard. La narrazione è sorretta dalla voce fuori campo in prima persona, e Nolte lo ammette: la routine mi salva. Da cosa lo scopriremo: intanto Tom gestisce la sua vita matrimoniale, è un padre-amico simpatico e bambinone, la moglie è insoddisfatta, in attesa di sviluppi. Lui nel frattempo si dedica al running.
Costantemente la presenza di Savannah si avverte come etere come vuoto colmato al massimo grado, è la grande assente-presente, che lotta con i fantasmi del passato e nonostante ciò ha avuto la forza di scrivere un libro per bambini “The South Way”-“Al modo del sud”, dipingendo narrazioni al rovescio.
Fantasmi, appunto, che si materializzano quando nell’ennesimo flashback entrano in scena tre detenuti evasi, i quali stuprano Savannah, la madre e Tom, ora nell’abbraccio soave e protettivo di Susan, con l’esplosione di pianto rigeneratore e catartico (e l’esplosione di colpi di carabina del fratello Luc all’indirizzo dei tre sciagurati). Luc, memoria assente perché morto anch’egli nello sbando, memoria dicevamo, di Tom, che aveva una grande ammirazione per la forza, di reazione col padre violento, l’attitudine alla bontà, nel prendersi cura della sorellina e del fratellino in questo crescendo di disaggregazione e degrado.
Il film è un manifesto della lotta allo stigma: del disagio psichico, Savannah continuerà a scrivere versi; dell’orientamento sessuale, lui il macho sudista che invitato ad un party organizzato da un suo amico gay, non fa una piega, non rivendica nulla; della discendenza ebraica di Susan, che all’inizio viene appellata da Tom come “quella psichiatra ebrea” – diventerà per uno scampolo la sua amante; della provenienza geografica, il Sud americano della sugna e del cotone, ovvero Tom che fa bella figura in società ad una cena chic a casa di Susan e il marito noto violinista ma sempre assente che viene sbeffeggiato dopo aver suonato una canzone schiavista letteralmente in faccia a Nolte.
Il film non è un capolavoro, a mio avviso, ma è pregevole per la delicatezza con cui cerca di mandare messaggi di inclusione. E il finale è fin troppo scontato e conformista (e pur sempre una pellicola USA): Tom ritorna dalla moglie, Savannah torna a scrivere, Susan ha il suo lavoro che l’aspetta. L’evoluzione semantica passa dalla rabbia di Tom verso la psichiatra alla confusione maledicendo Freud & Co., per poi sfociare nello svalutarsi: un film sincero, che mette a nudo le fragilità di un uomo apparentemente forte e inscalfibile, insomma, per i supereroi ci sono le multisale. Anche la somma quasi infinita di degrado, di appiattimenti, violenza e cinismo, tutti però condensati nei flashback, da un lato impressionano e quasi infastidiscono, dall’altro danno speranza, c’è sempre tempo per cambiare in meglio. Nell’oggi, per Tom, sulle maree delle paludi c’è un ponte, e un cielo assolato. (GDM nell’ambito del laboratorio Blog)

Apro a te

23 ott

Apro a te vento di strada

ciuffo di stella.

Mi manchi molto più di una nostalgia

vorrei dirti facciamo una magia.

Prendiamo le stelle rubandole tutte

e chiudiamole sotto le nostre bugie.

PPG

Integrazione da Goal

19 mar

Questo il nome del torneo di calciotto promosso dalla FENASCOP nella persona di Massimo Scarabattoli del 14 Marzo scorso che ha tenuti impegnati dei ragazzi con evidenze psichiatriche arrivati addirittura dal Giappone. ecco alcune statistiche:

Semifinali: GODDESS TAKATSUKI-RAPPRESENTATIVA FENASCOP 1-0
RAPPRES. REAL..MENTE (UISP)- RAPPRES. ANPIS (ASSOCIAZIONE NAZIONALE POLISPORTIVE PER L’INTEGRAZIONE SOCIALE) 0-0 E VITTORIA REAL..MENTE DOPO I CALCI DI RIGORE  

Finali:
ANPIS-FENASCOP 3-0.
GODDESS TAKATSUKI-REAL..MENTE 0-0 VITTORIA REAL..MENTE DOPO I CALCI DI RIGORE 

Vittoria del Quadrangolare la squadra Real..mente

Integrazione da Goal

Foto di gruppo del torneo "Integrazione da Goal"

Partite da 25 minuti su campo da calciotto (quindi si giocava in otto facendo sostituzioni)

I giapponesi molto organizzati e molto preparati fisicamente (correvano come dannati).
La rappresentativa FENASCOP era la prima volta che che si riuniva con questi giocatori e a differenza delle altre squadre rappresenta le diverse realtà del privato convenzionato del Lazio: comunità Reverie, la Maieusis, Villa Letizia e per l’Abruzzo la Comunità Terapeutica Passaggi.

A PRESTO LA CRONACA DETTAGLIATA E I COMMENTI!!!

Intervista a padre Giancarlo Marinucci in .pdf

19 mar

Versione testuale

INTERVISTA A PADRE GIANCARLO MARINUCCI OFMCAP

Un pomeriggio…

18 mar

 … al centro storico di Carsoli

a cura del “Laboratorio Blog”

Alcuni giorni fa siamo andati, noi della Comunità, nella parte vecchia di Carsoli, in cerca di spunti di riflessione per il nostro blog. Eravamo armati di macchina fotografica e aspiravamo soprattutto a fare un’intervista interessante a qualche passante che avremmo potuto incontrare, riguardo a detti, leggende, tradizioni o altre notizie interessanti che poi avremmo potuto anche approfondire con altre fonti.

A causa di alcuni piccoli contrattempi ci siamo avviati, con il nostro “indistruttibile” furgone verde acqua, un po’ troppo tardi, il che significava che eravamo vicini al tramonto e che quindi le nostre foto non sarebbero potute venire meglio di quanto speravamo per la scarsità di luce.

Dopo aver camminato un po’ per le vie del paesino, abbiamo incontrato un vecchietto, bassino, con il giubbotto di pelle nero. Qualcuno di noi, in modo un po’ goffo, ha immediatamente salutato il signore appena sopraggiunto e richiesto un’intervista, senza spiegare neanche chi eravamo, che facevamo e su cosa vertesse l’intervista stessa. Il vecchietto, secondo l’interpretazione mia e di un altro compagno, si sarà probabilmente sentito prendere in giro, anche perché, subito dopo, mentre ci oltrepassava nel suo cammino, un altro di noi, poco riguardoso, ha visto che sul suo berretto, questo vecchietto. aveva scritto “U.S.A.”, e allora ha esclamato: «Ma sei americano? Sei stato in America?» , anche se era evidente che quel berretto era comunissimo, come quelli che si trovano sulle bancarelle del mercato. L’anziano signore si è allontanato senza rispondere alcunché, forse per l’imbarazzo. Ad alcuni però è sembrato che scambiasse con noi sgarbatamente, e il bastone che lo sorreggeva sembrava una minaccia come pure degli occhiali spaventosamente grandi, sarà, impressioni…

Proseguendo nel nostro percorso di scoperta della parte antica di Carsoli, abbiamo notato, in cima al portone di una casa, un bassorilievo con scolpito il trigramma bernardiniano, quello, per intenderci, composto dalle 3 lettere “IHS”, legato al nome di Gesù, accompagnato, nella parte inferiore, da un immagine dei 3 chiodi con cui Gesù Cristo fu attaccato alla croce e il tutto inscritto in un sole raggiante.

Il trigramma “IHS” fu ideato da San Bernardino da Siena (1380-1444), uno dei quattro compatroni dell’Aquila, che per questo è stato proclamato patrono dei pubblicitari, ed è l’abbreviazione del nome greco di Gesù (ΙΗΣΟΥΣ cioè “Iesous”) da cui sono tratte le prime due lettere e l’ultima; altre volte è traslitterato “JHS”. In altri casi, il trigramma viene interpretato come l’abbreviazione del motto costantiniano “In Hoc Signo (vinces)”, oppure dell’espressione “Iesus Hominum Salvator”; quest’ultima, certamente, è data come l’interpretazione corretta.

Questo trigramma ha sostituito molto spesso, nel corso della storia, i blasoni e gli stemmi delle varie famiglie e questo è evidentemente avvenuto anche nel caso del portone che abbiamo trovato nel centro storico di Carsoli.

Attorno al trigramma originario di San Bernardino, e non nel nostro caso però, c’è un’iscrizione tratta dalla Lettera di San Paolo ai Filippesi, che dice che “nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi sia in terra che in cielo”.

Il Sole in cui è inscritto questo trigramma del nome di Gesù, rappresenta Gesù stesso origine della vita che irradia la carità attraverso i dodici apostoli, raffigurati dai dodici raggi ondulati del Sole stesso, mentre gli otto raggi diritti sono le 8 beatitudini del Discorso della Montagna.

Bernardino creò questo simbolo, che in realtà possedeva anche dei colori, come l’oro e il celeste, utilizzandolo come stendardo ed esso fu anche adottato dai Gesuiti e adoperato da Giovanna d’Arco. A causa di questa sua creazione, San Bernardino fu accusato da Agostiniani e Domenicani di idolatria e subì addirittura 3 processi, ma fu assolto con formula piena, dimostrando la sua completa fedeltà all’ortodossia cattolica.

Altri segni di un passato questa volta più recente sono i nomi incisi su due lapidi marmoree che ricordano il partigiano Teodoro Ciccosanti, caduto nella lotta al nazifascismo il 19 giugno del ’44, lotta che interessò anche la Marsica, e Carlo Scarcella, morto il 2 marzo del 1941 sul fronte greco della Seconda Guerra durante la controffensiva greca.

Abbiamo incontrato un gentile signore, Graziano, che badava al suo asinello nella stalla e ci ha permesso di fotografarlo.

Auguriamoci che il centro storico di Carsoli non abbia anch’esso bisogno di una brochure informativa di un’agenzia funebre, come tante si sono viste sugli usci delle casine della Carsoli vecchia.

Intervista a padre Giancarlo Marinucci

3 mar

Montale e la distanza dell’orto

23 nov

 Sulla vetta dell’Everest non c’è differenza tra il grande alpinista che ha affrontato a rischio della propria vita la durezza e le asperità del percorso e chiunque venisse prelevato dalla poltrona della propria abitazione, messo su un elicottero e depositato sulla sommità della montagna. Si potrebbe dire, parafrasando San Paolo, che la meta uccide e solo il percorso vivifica, ristabilendo le dovute proporzioni e distanze.

Parlavamo proprio di distanza. Appare evidente, a questo punto, l’urgenza di aprirne il concetto per andare a vedere che cosa si cela dietro l’uniforme inamidata del significato convenzionale. Ogni distanza, anche quelle siderali, le cui grandezze si aggirano sull’ordine delle migliaia di anni luce, nel momento in cui diviene oggetto di una operazione di misura si contrae fino a far coincidere i punti estremi che ne delimitano l’estensione. Il punto di arrivo viene cioè riassorbito inesorabilmente nel punto di partenza. Per compiere una misura è necessario infatti non solo che il punto di inizio dell’operazione rimanga immobile, ma che ad esso si faccia costante riferimento, come sa bene chi ha effettuato una di quelle semplici misurazioni lineari per le quali si utilizzano i comuni nastri graduati e che richiedono in genere, ad eccezione di lunghezze molto brevi, la presenza contemporanea di due persone. I due si guardano costantemente e si scambiano segnali per assicurarsi che non ci siano movimenti da parte di chi tiene fermo il capo del nastro e la misura non risulti falsata. In realtà essi non si sono mai mossi l’uno dall’altro. Per farlo dovrebbero gettare a terra il nastro che li tiene legati e a quel punto cadrebbe ogni possibilità di attribuire un valore geometrico alla distanza. Le cose non cambiano nella sostanza se al posto del nastro si utilizzano per le misure i telescopi astronomici, anzi in quel caso la condizione di immobilità, sia dello strumento che dell’osservatore, è del tutto evidente.

Di tutt’altra natura è la distanza alla quale faceva riferimento il nostro giovane ospite, mettendola in relazione con la sua voglia di andare nell’orto. In tale situazione infatti non si parla pi— di una distanza fisica, ma emotiva. Essa Š soggetta ad infinite trasformazioni e deformazioni, dilatandosi enormemente quando lo stato d’animo di chi la percorre è gravato da sentimenti di angoscia , di stanchezza, di dolore o di paura e accorciandosi, talvolta fino all’oblio, nel percorso di un camminatore energico e volitivo. La distanza diviene allora un tuttuno con la condizione psicofisica del viandante, con i battiti lenti o accelerati del suo cuore, con la tensione o la scioltezza dei suoi muscoli, con la speranza o la disperazione che i suoi occhi proiettano sul lontano orizzonte e i suoi piedi stampano sulla polvere del sentiero.

Questo è il senso profondo della parola distanza, evocato dalla sua radice etimologica ‘dis-stare’: lontani dallo stare, fuori dalla stasi e dall’immobilità e dunque andare, muoversi e, da un punto di vista psichico, com-muoversi. La commozione è ciò che ha mosso il poeta a non volersi rifugiare nei significati correnti e consolatori che vengono attribuiti alla morte, ma a ricercare nell’intimità del proprio sentire un’occasione di riscatto che restituisse al rapporto con la madre tutto il valore di un’esperienza unica e irrimediabilmente perduta, ma proprio per questo vivissima nel ricordo e a recuperare per s‚ il gesto d’una vita che non è un’altra ma se stessa. Essa è anche ciò che ha indotto il nostro amico a voler uscire dalla fissità ossessiva e banale delle misurazioni geometriche e a rivendicare a sè‚ la possibilità di mettersi in ascolto del proprio mondo emotivo per trovare in esso nuovi e più fecondi stimoli all’andare.

Attinenza con la logica del discorso, una voce dissonante e clandestina entrata furtivamente a turbare l’armonia del coro, oppure essa ha in s‚ un senso profondo che vale la pena esplorare e portare alla luce? Torniamo un po’ indietro.

Il poeta sta parlando della madre morta. Anzi, sta parlando con la madre morta. Le parla come se fosse presente in quel momento, proprio là davanti a lui. La vede. I suoi occhi si posano su alcuni particolari del corpo: due mani, un volto. Quelle mani e quel volto prendono vita. Si animano di tutta la struggente nostalgia che il ricordo evoca, come un vento di primavera che risveglia i rami intorpiditi dal sonno invernale e fa esplodere di nascite le gemme. Il poeta non dice altro. Non ci dà una descrizione dell’aspetto fisico di sua madre. Non il colore o la forma dei capelli. Non gli occhi che pure tanta importanza assumono nell’universo simbolico di Montale. Eppure noi sentiamo che quei pochi particolari sono sufficienti a imprimere il senso di una intera individualità corporea ed emozionale, di una vita che proprio nella sua singolarità irriducibile, nella sua fragilità, nell’unicità dei gesti, che vengono all’improvviso strappati dalla violenza della morte, può riaffiorare palpitante nel ricordo e assurgere a una dimensione di sentimento collettivo (vivere nell’eliso folto d’anime e voci).

Al poeta basta un semplice espediente linguistico per ottenere tutto questo: l’uso dei due aggettivi dimostrativi quelle e quel riferiti rispettivamente a “mani” e “volto”, posti in evidenza anche da un punto di vista grafico all’interno del testo. Essi hanno la funzione di riscattare i particolari emotivi del vissuto personale da ogni tentativo troppo facile di generalizzazione e di astrazione, restituendo loro l’odore e la consistenza pregnanti della carne e del sangue. In questo orizzonte il linguaggio poetico rappresenta un tentativo giocoso e dolente di liberare la parola dalle stratificazioni dei significati che le convenzioni sociali, la logica con i suoi procedimenti obbligati ed asfittici e l’uso hanno cristallizzato, per restituirle il suo senso sorgivo originario e le sue potenzialità creative.

Andiamo adesso a vedere che cosa succede nell’orto. Dicevamo che la sua distanza fisica dalla Comunità è tale da non spaventare neanche il più pigro e indolente dei camminatori: una ventina di metri o poco più. Lo raggiungiamo infatti nel giro di pochi secondi. Eppure ora che siamo qui, tra una fila di peperoni e le piante di patate che già cominciano a mostrare con i loro colori i segni dell’estate inoltrata, viene da chiedersi se il sapere di aver percorso tutti un identico tragitto spaziale rende ragione al singolo cammino che ognuno di noi ha compiuto per raggiungere la meta

La meta, ogni meta, ammassa e omogenizza. In essa ogni singolarità e differenza scompare per uguagliare tutto e tutti nell’unica cosa che conta: il raggiungimento del risultato finale. La parola meta, di etimologia incerta, conserva molto vivi, come termine popolare, alcuni significati rustici: ‘catasta’, ‘mucchio di fieno’, ‘pezzo di sterco’. Come in un minestrone in cui i singoli sapori e odori dell’orto si annullano nella miscela ecumenica del brodo, nel conseguimento del traguardo si equivalgono, perdendo le loro particolarità individuali, Achille pie’ veloce e la tartaruga, il gigante e il nano, il poeta e il parolaio.

Ci sediamo. E’il primo gruppo lettura che si svolge in Comunità dopo un’interruzione di circa un anno. C’è un’atmosfera di curiosità e di attesa. Qualcuno si guarda attorno, quasi a cercare un oggetto, un movimento, uno sguardo che aiuti a superare l’imbarazzo e l’inquietudine del silenzio. Qualche piede ciondola nervosamente. D’un tratto, un giovane ospite rompe gli indugi e prende in mano uno dei due libri che ho portato da casa e posato su un tavolo. Lo tocca. Lo gira tra le mani. Inizia a sfogliarlo. Il suo sguardo si sofferma su una pagina. Qualcosa sembra aver catturato la sua attenzione. Inizia a leggere ad alta voce. Si tratta di una poesia di Montale dal titolo “A mia madre”:

Ora che il coro delle coturnici

ti blandisce nel sonno eterno, rotta

felice schiera in fuga verso i clivi

vendemmiati del Mesco…

La lettura prosegue spedita e senza esitazioni:

…La strada sgombra

non è una via, solo due mani, un volto,

quelle mani, quel volto, il gesto d’una

vita che non è un’altra ma se stessa,

solo questo ti pone nell’eliso

folto d’anime e voci in cui tu vivi…

Al termine, un lungo momento di silenzio pare risucchiare anche la voce del coraggioso lettore. Poi, finalmente, cominciano ad affacciarsi le prime impressioni e fa la sua comparsa, timidamente, qualche piccola possibilità interpretativa

- E’ una poesia che parla della morte.

- Sì, della morte della madre del poeta…

- Che cosa sono le coturnici?

- Sono delle scarpe, degli stivali.

- No, sono degli uccelli.

- Mi ha colpito molto lì dove dice delle mani, delle braccia.

.(si tocca le braccia) ho avuto quasi la sensazione di vederle.

- Quelle mani, quel volto… sembra che il poeta stia parlando

in realtà di una persona viva.

- A me è venuta in mente mia madre con i suoi gesti, le sue

espressioni, il suo modo particolare di muoversi, di

Atteggiarsi…

- E a te è venuto in mente qualcosa?

- Stavo pensando… No, niente

- Coraggio.

- Stavo pensando… che certi giorni l’orto è così distante… e io

non ho voglia di andarci.

Ohibò. Che cosa è successo? Come è stato possibile effettuare questo salto dalle considerazioni sulla madre morta (o viva?) di Montale alla distanza dell’orto? E poi, a voler essere un poco rigorosi nelle affermazioni, l’orto non è affatto così distante come si vuole far credere. Appena una ventina di metri dal luogo in cui si sta svolgendo il nostro dialogo. La frase pronunciata poc’anzi è dunque da considerare del tutto inopportuna e fuori luogo, un’associazione peregrina, un pensiero balzano senza nessuna

Di DOMENICO NARDECCHIA

Da “Psicolisi. Pensieri sulla salute e sulla malattia”

14 nov

 “Cos’è e che cosa è stata fino ad oggi la psicologia? Chi scorre i trattati trova risposte plurime, spesso ingarbugliate e controverse: e mentre alcuni la escludono dal circuito della scienza, altri ne fanno la chiave d’accesso dell’enciclopedia culturale. Il ginepraio dipende dall’uso di parlare della psicologia (come del resto d’ogni altro tema culturale), senza udire le voci distinte e soffocate nella parola stessa. Si tratta di una psicologia contumace, e si sentenzia in assenza dell’imputato, delle prove e delle testimonianze. Per rompere questo circuito di filastrocche mettiamoci in ascolto e chiediamoci: “Che dice di sé la psicologia?“. Psicologia, che sembra una semplice parola fra le altre, racchiude in grembo un discorso lungo e complesso. Composta da psyché-lògos (Ψυχή-λόγος) designa l’atto di legare la psiche. La denotazione descrittiva viene integrata dalla connotazione dinamica. Psyché (Ψυχή) è il sostantivo del verbo psyco (Ψυχω), che significa ‘raffreddare, congelare, neutralizzare, paralizzare’. Il discorso implicito nella parola psicologia può essere svolto in metodo dell’imballaggio e congelamento del soffio vitale. Vista poi la parentela fra logica (λόγος) e letto (λέχος = giaciglio, covile) la psicologia si autodefinisce come metodo del letargo dello spirito. E’ plausibile pensare che da ciò derivi la propensione al sofà nelle sedute di psicanalisi. A conferma, c’è la nozione di psicologia clinica che indica la psicologia del letto (κλίνη).” (A. Conte – D. Nardecchia, Psicolisi. Pensieri sulla salute e sulla malattia, 2010 Interbooks – libri Ferri – L’Aquila, pensiero 165 a pagina 98, tiratura limitata)

Arturo Conte (1921-2009) professore emerito di Psicologia Generale e primario psicologo a L’Aquila con Domenico Nardecchia (L’Aquila 1967) insegnante di Materie Letterarie

Espressioni

25 ott

Il lavoro espressivo: teatro, arte, lettura

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